Consigli da una mamma che non crede ai capricci

Io non credo ai capricci. Aspettate un attimo, però: mia figlia mi ha regalato delle scene melodrammatiche recitate con estremo trasporto, soprattutto in pubblico. Grida strazianti e capelli sciolti da prefica. Cose che mi hanno fatto pensare più di una volta che sarebbero venuti i carabinieri chiamati dai vicini allarmati. Per fortuna, però, i vicini conoscono mia figlia.

Prima regola per affrontare i capricci: un cuscino può essere una nave

Io ai capricci non ci credo perché mai ho assistito a una scenata immotivata. Certo, poteva essere un motivo che mi sfuggiva. Ma il fatto che io non lo vedessi non vuol dire che non ci fosse. Soprattutto quando la bambina aveva sui 2 anni (i terribili due!), mi sono accorta che c’era un gran quantità di cose che la contrariava o addirittura angosciava. Spostare un cuscino poteva essere all’origine di un pianto terribile, perché il cuscino era in quella precisa posizione poiché era una nave. Già. Spostandoglielo, la avevo in pratica affondata, e lei non avrebbe potuto salirci al termine del periplo a nuoto del divano/isola. Avevo interrotto una serie di gesti ripetitivi che andava avanti da 15 minuti e che non avevo saputo interpretare. Ora, un adulto direbbe: “Rimetti lì quel cuscino e riprendi a giocare!”, ma un bambino non sempre comprende che una cosa può non essere definitiva. Mi ci è voluta un’ora per ricostruire il mio crimine. L’avevo contrariata e avevo interrotto una serie di gesti precisi. E quanto amino i gesti ripetuti e ripetitivi lo sappiamo.

Altre volte, i bambini hanno semplicemente fame o sonno. Certo, se piangi a dirotto perché hai sonno mi sento autorizzata a dirti: “Comincia con lo stare zitto e ti faccio vedere come ti addormenti!”. Eppure, dobbiamo renderci conto che tutto ciò che noi facciamo automaticamente (imparare a dare un nome ai nostri bisogni, riconoscere i nostri sentimenti, rabbia, frustrazione), per i bambini è una lenta conquista. Un bambino può essere adirato senza sapere di esserlo, non è una cosa tanto strana. Se non sa cosa sia la rabbia, come può identificarla in se stesso?

A volte, non riescono ad adattarsi rapidamente a situazioni che stravolgono la loro vita quotidiana. Cose che a noi appaiono sciocchezze, come il cambiare strada per tornare a casa, possono scatenare urla terribili. Ma per loro sono come un crollo di ogni certezza. E come reagiamo? Impuntandoci: no, oggi si cambia strada, decido io. E, magari, il bambino deve fare sempre la stessa strada perché deve salutare il cane che vede ogni giorno, perché poi il cane potrebbe preoccuparsi, non vedendolo passare.

Reagire alla rabbia con la rabbia non è una buona idea

Almeno nella mia esperienza, il cosiddetto capriccio partiva quando la bambina non riusciva a portare a termine un suo misteriosissimo programma. Si sentiva smarrita, si adirava, non controllava la rabbia. Che si fa? Niente, li si abbraccia stretti, li si contiene, innanzitutto affinché non si facciano male. Lo schiaffo serve solo a noi per sfogarci o per impaurire il bambino sovrastandolo fisicamente. Non si risponde con la rabbia alla rabbia. Solo così potremo insegnare ai bambini a gestire le loro emozioni e la loro violenza. Si aspetta che si calmino un po’ e poi è inutile riempirli di domande: “Perché hai fatto così?” eccetera. Non lo sanno, o meglio: non lo sanno spiegare. Spiegate perché voi avete cercato di cambiare strada, perché voi avete spostato quel cuscino. Mostrate loro che il vostro gesto non è definitivo. Non ingaggiate lotte a chi è il più duro: vincono loro, inutile illudersi. Noi siamo solo un po’ patetici, quando facciamo a gara con esseri umani che ancora non sanno leggere e scrivere.

Non sempre si riesce a capire per quale motivo i nostri figli siano così enormemente, atrocemente, platealmente insopportabili. Eppure un motivo c’è, questa è la cosa da non dimenticare. Solo che i bambini ancora non hanno le parole per dircelo, quel motivo. Strumenti e parole dobbiamo fornirgliele noi. Loro non si divertono a farci perdere la testa, a nessuno piacciono situazioni di conflitto, perché dovrebbero piacere a un bambino? Allora aiutiamolo a capire, con tanta calma e pazienza, l’origine del suo malessere. Urla e si dibatte? Stringiamolo. Non vi sto dicendo di avallare un comportamento socialmente inviso, “Vai, tesoro, urla che tanto non ce ne frega niente se la signora del terzo piano dorme”, vi sto dicendo di fargli capire che voi ci siete, che il suo punto fermo è lì e lo sta stringendo tra le braccia. Solo così il bambino si tranquillizza e si calma, quando il nostro atteggiamento sopperisce a ciò che le nostre e le loro parole non sanno esprimere. Se vogliamo che il sonno della signora del terzo piano prosegua indisturbato, dobbiamo capire che non si può pretendere da un bambino un dominio che nemmeno tanto adulti hanno.

Foto Pixabay

 

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